Sono diventata un personaggio di Sally Rooney?

Recentemente mi sono (ri)data alla lettura, mia grande passione adolescenziale spesso trascurata. 
E quale modo migliore per ricominciare se non da una delle autrici più chiacchierate del momento - o almeno dal piccolo mondo online? 

Dopo alcuni libricini in lingua inglese o spagnola ripescati dal liceo, ho letto Persone normali e, affascinata dalla capacità di Sally Rooney di scavarmi dentro attraverso i suoi freddi dialoghi, ho letto anche Parlarne tra amici. Entrambi molto belli, entrambi caratterizzati da due personaggi femminili - Marianne e Frances - che a me si addicono ben poco e che, anzi, non mi piacciono per niente.

Eppure ieri sera, correndo nel buio autunnale delle sei di pomeriggio, ho ripensato a questi libri, alle loro protagoniste e sono stata colpita così forte da un semplice pensiero da rallentare il passo. 
"Guarda che tu sei esattamente come loro, eh", mi ha gentilmente suggerito la mia mente, quasi a prendermi in giro. Ed, effettivamente, mi sono sentita offesa, perché davvero a me loro due proprio non piacciono: sono due ragazze sulla carta così diverse da me, arroganti e silenziose, spesso schive e anche parecchio egoiste. 
Però questa piccola realizzazione continua a ronzarmi in testa, come a chiedere alla me stessa ventenne di oggi di darsi una definizione, di cercare se non altro di delineare i miei contorni e capire se davvero sono più di quello che credo di essere - ovvero qualcosa, al momento, di indefinito. 

Come se fossi un'entità indipendente che si lascia passare davanti la propria vita, senza intervenirci veramente, lasciandola prendere il suo corso mentre io mi comporto da totale inetta. Ecco, questa rappresentazione non è troppo lontana dall'atteggiamento adottato da Marianne e, soprattuto da Frances. 
Frances che - infatti - è quella tra le due che non mi va giù. Una ventunenne taciturna e saccente, che cerca di articolare i propri pensieri in lunghe e complicate perifrasi con l'unico fine di mostrarsi intelligente. 
Se andassimo ad eliminare alcuni dettagli, come la sua relazione con un uomo sposato e la sua dichiarata bisessualità, potremmo - senza troppe difficoltà - ricondurre il suo personaggio a me. 

L'idea di essere, sotto sotto, una di quelle ragazze della nostra generazione - la mia e della Rooney - mi era già balenata in mente durante la lettura di Persone normali. Io l'ho adorato, quel libro, quasi come se Marianne e Connell fossero in diretto contatto con me, stessero vivendo i loro sentimenti dentro di me. 
Per molto tempo sono stata restia a cominciarlo: ne sentivo parlare bene, ma sentivo anche dire che leggerlo non era facile, dai personaggi complicati alle emozioni che questi rimandano a chi li segue nella loro storia, in diversi consigliavano di leggerlo con tranquillità, senza dettarsi un ritmo serrato. 
E io prima ero troppo felice per buttarmi in qualcosa che mi avrebbe potenzialmente buttata giù, poi, in un battito di ciglia, sono stata troppo triste per voler aggiungere altro malumore. Mi sono detta che tanto quel libro andava iniziato, che non potevo lasciarlo lì e in due giorni l'ho divorato, così immersa nella storia da dovermi obbligare a staccare ogni tanto, per elaborare tutte le emozioni che mi stava dando e riprendere fiato. 
L'ho finito e, avvolta dalla malinconia, ho sorriso: Connell e Marianne tentano con tutte le loro forze di essere persone normali, attraverso le loro amicizie o il loro amore - ma, alla fine, chi sono davvero le persone normali? Esistono? Io non mi sento una persona normale e ho capito che probabilmente ne esistono poche di persone che si sentono davvero così. 

Di Marianne inizialmente non mi piaceva quell'essere snob, una raffinata ragazza irlandese che se mi incontrasse in un universo parallelo mi guarderebbe dall'alto al basso, quasi schifata. Poi si è esposta, quasi come se conoscerla fosse un privilegio e ha mostrato la sua tristezza, un malessere interno che è sembrato sorridere al mio; da lì sì, ho pensato, forse non sei coì male. 
Dopo aver finito quel libro, ne ho parlato per giorni con chiunque fosse nei miei paraggi, raccontando quanto la loro tormenta storia d'amore - pur non avendo nulla in comune con le mie esperienze passate - fosse sembrata in parte anche mia e quanto Marianne fosse strana
"Ma non è che sei come lei? Nel senso, ne parli tanto perché forse ti ci ritrovi" ha risposto un mio amico, forse scocciato dalla mia parlantina. Oh cazzo si, ho pensato io ridendo tra me e me, ma rispondendogli solo "boh, potrebbe essere".

Più complicato è stato il mio approccio con Frances, da subito considerata troppo inquieta e altrettanto strana; e il problema sta nel fatto che lei sembri essere ancora più simile a me. 

Tratto comune tra le due protagoniste e me è una profonda tristezza, strettamente legata al nostro dito e difficile da lasciar andare, nonostante stupidi tentativi ci siano. Infelicità che cerchiamo di tramutare in un dolore fisico, loro facendosi del male, io portando frequentemente il mio corpo al limite: ad esempio lasciando che il mio stomaco vuoto brontoli e si stropicci senza sfamarlo, imponendomi una rigida sveglia alle sette di mattina senza avere particolari programmi e conoscendo bene la mia insonnia oppure correre tanto e per tanto, fino a non sentire più i polmoni. 

E' quello che stavo facendo ieri quando la mia testolina dai capelli tinti di nero mi ha suggerito che sì, sono un personaggio di Sally Rooney. 

Mi sto compatendo se dico che, dopo pensieri del genere, mi faccio pena? Al 99% direi che probabilmente lo faccio e non me ne vergogno neanche troppo. 
Loro due non mi piacciono perché non si esprimono, le loro conversazioni sono fredde e e prive di amore. 
Entrambe conservano tutto dentro, si lasciano logorare dai loro sentimenti senza aprire la porta a chi le ama. "Non mi sento mai sola quando sono con te", dice Marianne a Connell mentre sono sdraiati sul letto di lui, in silenzio. Io queste parole non le ho mai pronunciate, le ho solamente scritte sul mio diario parlando di Vittorio, tuttavia le ho sentite così mie da voler piangere. 
E' bello sentirsi così, ma anche così raro. Così raro che, inconsciamente, ho voluto adottare il loro stesso atteggiamento. Mi protegge tenere le cose per me, farle mie e solo mie, perché doverle condividere con il rischio di soffrire ancora di più?

Quindi, (togliendo l'Irlanda, il Trinity College e un'altra decina di cose) sono davvero una Marianne o una Frances qualunque? Possibile, ma alla fine non me ne dispiaccio - perché mica sono l'unica così, lo so bene. 

Commenti