"Decidiamo davvero di chi innamorarci?" è il titolo del primo episodio del mio podcast (semmai riuscirò a pubblicarlo).

La mia vena creativa sembra essere esplosa, sono un continuo flusso di pensieri e idee, annotate sulle copertine dei quaderni o sui post-it. Scrivo o disegno, ho sempre bisogno di avere una penna in mano (oppure le note dell'iPhone a disposizione) per buttare giù qualunque cosa, da pensieri più personali fino a racconti di personaggi inventati guardando le persone insieme a me sull'autobus.

E ieri mattina, durante una passeggiata nel piacevole fresco autunnale di Torino, ho avuto quasi un'illuminazione: "sarebbe bello fare un podcast". Ed effettivamente, perché non provarci?
Chi mi conosce sa bene quanto mi piaccia raccontare, specialmente facendo delle mie conoscenze e della mia voglia di imparare uno strumento per intrattenere gli altri. 
Durante la quarantena ho cominciato a registrarmi in piccoli video - nulla di che eh, caricati nelle stories di un mio secondario profilo Instagram - parlando di quelli che consideravo essere i miei "argomenti caldi", quelli su cui sono più preparata, capaci di tenere alto il mio ego durante una discussione con amici. Barcamenandomi tra la biografia di Maria Stuarda, le primarie democratiche statunitensi e diversi film, ho cercato di fare compagnia (e informare, quello sempre) i miei pochi followers, ma così facendo ho sempre evitato di espormi troppo. Nel senso, io su quel profilo ci scherzo, non vorrei mai espormi come sto, ad esempio, facendo su questo blog, ben consapevole che probabilmente neanche un terzo dei lettori sappia riconoscermi tra una folla di persone. 

Il bello sta proprio in questo, mi apro così tanto perché, di fatto, il link di questo blog lo possiedono forse cinque miei amici in totale (e dubito che vengano a cercare nuovi post). Ma un giorno, seduta alla mia scrivania a scrivere il mio diario cartaceo, mi sono detta che qui bisogna darsi un giro e cercare di uscire, nonostante mi sembri ancora di fare due passi avanti e tre indietro a giorni alterni. E quale modo migliore di cominciare a "fare pulizia" nella mia vita se non scrivendo una lista?

La "lista dei problemi" è datata 24 settembre e, manco a dirlo, la prima parola vicino al trattino è Vittorio. L'ho rivisto, questo fantomatico ragazzo cui - ovviamente - Vittorio non è il vero nome. "Oggi l'ho rivisto e mi mancava vederlo sorridere" scrivo sul mio diario quello stesso pomeriggio e ancora oggi, dopo diversi giorni, il pensiero più lucido di quell'incontro rimane questo. Nell'ultimo periodo della nostra cosa nessuno dei due sorrideva particolarmente, c'era molto astio e più voglia di quanto mi piace ammettere di lasciarci andare. Lui probabilmente l'ha già fatto, io ancora fatico, ma rivederlo mi ha fatto più bene di quanto pensassi (nonostante le mille paure costruite attorno ad uno stupido caffè), donandomi una certa serenità legata al suo pensiero che rende tutto più facile. 
Dopo altri tre o quattro punti, tra cui "guidare" (ed ora lo faccio, anche piuttosto bene) e "università" per la quale non posso fare più di tanto se non studiare, giungiamo a "paura di espormi" - mica una cosa da poco, aggiungerei. A me questa paura dà fastidio, non si merita di prendersi parte di me impedendomi di fare determinate esperienze o di non avere rimpianti.
Ed è così che, oltre che propormi come volontaria al cinema del mio oratorio (sperando che staccare biglietti all'ingresso o dare i popcorn mi sblocchi), ho deciso di fregarmene del suono della mia voce e aprire un podcast che possano ascoltare tutti. 

Sorprendentemente, non è così facile come aprire un blog. Quindi, per ora - dita incrociate - l'unica cosa che c'è è un titolo e un primo episodio, tratto da un sogno fatto la scorsa settimana e ancora così chiaro nella mia testa da dover essere raccontato. Certo che c'è una bozza scritta e certo che tutto questo preambolo (come al solito, non ho il dono della sintesi) è stato fatto perché mi piacerebbe condividere i pensieri formulati in questo sogno anche qui. So, enjoy.

"Decidiamo davvero di chi innamorarci?", ideato, scritto e tutto il resto da me
L'altra notte ho fatto un sogno in cui, durante un acceso dibattito con alcuni compagni di corso, sostenevo fermamente l'idea che, almeno in parte, si sceglie di chi innamorarsi. In questa assurda e poco veritiera realtà creata dal mio subconscio spiegavo ad una ragazza che neanche mi sta simpatica come a me, in primis, piaccia molto l'idea romantica dell'amore, amore come frutto del destino, delle connessioni tra persone, dell'anima gemella ecc ecc ma come, di fatto, nella vita vera, quella di tutti i giorni, ognuno di noi tenda a ricercare e a relazionarsi con persone a noi simili. 
Infatti, inconsciamente scegliamo di frequentare ambienti a noi più affini, scegliendo quindi di escluderne altri e, di conseguenza, di circondarci se non proprio di persone uguali a noi, di una categoria a noi simile. 
Ad esempio, dicevo alla mia compagna indicandole un ragazzo seduto vicino a me, se a me piace visitare musei, studiare in biblioteca, passare il sabato sera a casa sotto una coperta di pile a guardare un film e a lui, invece, annoiano le mostre, preferisce studiare nella tranquillità di camera sua e aspetta che sia proprio sabato sera per uscire con i suoi amici, allora sarà difficile che le nostre strade si incontrino. "Nonostante frequentiate la stessa università?" chiede lei, e io, cinica come mai prima, le rispondo che "be', sì. Perché l'università - per quanto parte importante della nostra vita - rappresenta forse un decimo di quello che siamo come individui". 
E certo, quante volte sentiamo raccontare da amici di famiglia, amici di amici e altri, come questi si siano conosciuti e innamorati tra una lezione e l'altra. Sì, di gente in università se ne incontra parecchia: al bar, in coda alle macchinette del caffè... ma a quanti sarà capitato di conoscere qualcuno e di scoprire in seguito che proprio l'università fosse l'unica connessione con l'altro? A me è successo e che poi io, inguaribile romantica, voglia esentarmi da questa - chiamiamola - regola è un altro discorso. 
Dopo questa realizzazione la me del sogno cessa di esistere, probabilmente Elton John e la sua "I'm Still Standing" che ho come sveglia hanno cominciato a suonare. Anche se potrebbe non sembrar così, io sono coerente con le mie idee e, nonostante io continui a credere che ognuno di noi - sulla base dei suoi molteplici interessi - individui il mucchio in cui cercare colui o colei più affine, credo anche che esistano le possibilità di incontrare qualcuno "al di fuori". 
La conoscete la legge di Dierac? Ha a che fare con la fisica e descrive il fenomeno dell'entanglement quantistico, che afferma che - cito: "se due sistemi interagiscono tra loro per un certo periodo di tempo e poi vengono separati, non possiamo più descriverli come due sistemi distinti, ma diventano in qualche modo un unico sistema. Quello che accade è che uno continua a influenzare l'altro, anche se distanti chilometri o anni luce".
Qual è quindi la giusta percezione dell'amore? Esiste? Non penso, io stessa sono stata in grado di contraddirmi in poco tempo. 
Forse possiamo dire che esistono entrambe - e chissà quante altre? Probabilmente esistono persone più temerarie, coraggiose o come più ci piace chiamarle, che vogliono sfidare la propria comfort zone, uscire dal loro spazio protetto e cercare di provare che gli opposti non solo si attraggono, ma possono sfociare in qualcosa di più. E altri tipi di persone, quelle a conferma della mia tesi iniziale, a cui piace troppo avere delle piccole sicurezze per rischiare in cerca di qualcosa di più. 

Al momento, il mio flusso di coscienza podcastiano si ferma qua e non so cosa ne sarà, ma come inizio mi piace. 



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