Ottobre è il nuovo Capodanno.
E' cominciato uno dei miei mesi preferiti e, seduta alla scrivania con un bollente caffè americano vicino, comincio a chiedermi cosa mi lascerà quest'anno.
Anche a me, ovviamente, quest'anno ha lasciato un forte (e forse indelebile) ricordo della quarantena, ma mi piacerebbe considerare il 2020 come qualcosa di più che due mesi chiusi in casa, senza un rumore fuori dalla finestra e a guardarci dai nostri balconi.
Il 2020 è un anno che considero come un continuo della mia evoluzione personale, di un percorso di cambiamento che penso che verso i vent'anni tutti incontrino. Solo in questi giorni, durante una mia importante sessione di canto sotto la doccia, ho capito di essere spaventata dalla nuova versione di me che si sta venendo a creare, che lei non mi piaccia e che io preferisca ritornare alla vecchia me.
Che poi, a modo mio, di esperienze ne ho fatte: le mie prime sessioni all'università, gli spritz alle Panche, andare da Sanremo a Nizza in macchina con due amici e la musica trap - che a me neanche piaceva - nelle casse, una vacanza di gruppo in Spagna, e potrei continuare per molto.
Ho attraversato un periodo complicato e adesso mi sembra di intravedere una luce in fondo al tunnel, che magari non rappresenterà la fine, ma qualcosa di nuovo, diverso da quello che sto passando. Per questo non so bene con che spirito io mi affacci all'autunno e ai mesi che verranno (che, tra l'altro, sono i miei preferiti), al freddo delle cinque di pomeriggio e al buio presto. Sicuramente c'è la curiosità e il desiderio di sentire la neve sulle guance, di fare lunghe passeggiate senza meta sotto le luci d'artista, di bermi una cioccolata calda davanti ad una candela profumata.
Quindi, osservo fuori dalla finestra questa uggiosa giornata e sospiro. Oggi le cose non sembrano andare così male.
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