Altri pensieri ma con la stessa vista.
A distanza di mesi sono di nuovo qui, seduta al castello ad ascoltare Gaia.
Ho sorriso ripensando a luglio, alla me in vestiti leggeri su questo muretto, con la stessa canzone nelle orecchie. E riguardo quella ragazza, vorrei abbracciarla, perché probabilmente l’unica cosa che le serviva quel giorno era quello.
Adesso è già buio e questa sera c’è anche la luna piena.
È una sera che, dopo la bellissima giornata autunnale che ha accompagnato la mia sessione di studio, lascia spazio a una nebbia rosea ma così fitta da non permettermi di vedere Superga. Forse è meglio così, ultimamente allontano con la forza il pensiero di Vittorio non appena si presenta.
La me quasi ventenne di luglio guardava questo paesaggio con le lacrime agli occhi, si struggeva sopra quello che - adesso - le sembra solamente un quarto di tutti i problemi che ha. La me già ventenne di oggi non ha più voglia di piangere, ha il cuore pesante e tanta voglia di scappare.
Avere vent’anni non è facile, è un’età difficile, fatta di crescita ed esperienze che io sento mi siano state portate via.
Ho vent’anni e non vedo più il lato positivo nella mia vita. Cerco in cose come le mie passeggiate al castello un piccolo angolo di spensieratezza, un nascondiglio dalla realtà. Quello che ai miei occhi appare come un becero tentativo di stare meglio, quando spesso non ci provo neanche, preferendo rifugiarmi nell’abbraccio della tristezza.
Mi sento spesso incompresa, sola in un’epoca in cui starsi vicino è diventato quasi impossibile. Quasi come se nessuno fosse davvero in grado di comprendermi e di sapermi voler bene, di essere una spalla su cui piangere ma anche su cui appoggiarmi dopo aver riso a crepapelle.
Non so più che cosa si prova a ridere di gusto, ma forse di questi tempi non è così scontato saperlo fare. A malapena ricordo la sensazione di libertà di questa estate - libertà che mi sembrava quasi di aver conquistato dopo una sessione infinita - quando mi sembrava che avere vent’anni e una patente fossero la cosa più figa del mondo.
In questo momento, invece, mi fa abbastanza schifo.
Lo sento, che ci sto ricascando.
Sono quasi arrivata al fondo e fatico a risalire. Mi piacerebbe tanto avere una mano che mi aiuti a tirarmi su, anche se muovere i piedi toccherebbe solo a me.
È un po’ questa la metafora: sto crollando e sento che nessuno voglia aiutarmi.
Sto imparando a tenere molte cose per me, a farne un mio tesoro personale. Un esempio? Il privilegio di essere amati.
Penso che chiunque possa ritenere di essere amato da almeno una persona, si possa sentire una persona fortunata. Io voglio bene a molte persone che sembrano non accorgersi nemmeno di me per come sono e per cosa provo, ma il mio amore per loro è talmente forte da superare questa cosa.
Ed ecco, io lo ritengo sia privilegio che fortuna, anche se loro forse non lo sanno.
Alla fine chiudersi in se stessi non è così male.
In altri momenti mi sembra terribile, ma questa sera, tornando a casa con in mente un tramonto che non ho voluto fotografare per tenere più mio e due pacchetti di tortillas nella borsa, riesco a dimenticare tutto.
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