Chiamalo, se vuoi, flusso di coscienza.

Ultimamente sono così triste che mi sento scomparire e ho l'impressione che nessuno se ne accorga. E' la prima cosa a cui ho pensato questa mattina, mentre lavavo le tazze usate per colazione, accompagnata da un video e dal cielo grigio di inizio autunno che tanto mi piace, in casa da sola.

Mi stupisce che io, solitamente così fissata con date ricorrenze varie, abbia però realizzato solo adesso - nel pomeriggio soleggiato che ha scacciato via le nuvole - che, mentre tre mesi fa ponevo fine a quel tormento di rapporto con Vittorio, un anno fa compivo un passo decisamente più importante (e memorabile): cominciavo l'università. Passavo alle 7:30 per i cancelli del Campus Einaudi e cercavo la mia aula, parlavo con un ragazzo e mi sedevo tra lui e una ragazza che già conoscevo. 
Oggi noi scherziamo sul nostro gruppo Whatsapp, ridendo dell'aspetto buffo del nostro professore di inglese o parlando di quanto faccia schifo non essere seduti vicini tra i banchi dell'Aula 2, che di banchi veri ne ha uno ogni cinque posti. 

Cerco di condurre la mia vita normalmente. Un paio di settimane fa ho cominciato a dubitare di me stessa, della mia - cito - "eccessiva sensibilità" come definita da mia madre, della negatività capace di schiacciarmi contro il pavimento della mia camera e dell'idea che quotidianamente mi balena in testa, che a non essere nata o a non vivere più su questa Terra sarebbe probabilmente tutto più facile per tutti. 

Ed è proprio così che sono cominciate le paranoie, che davvero possa esserci qualcosa che non va in me, che questa diversità tanto professata dai miei genitori quando ero più piccola si sia concretizzata in un problema mentale - e non so perché ma questo mi imbarazza. 
Io ho le mie colpe, comunque. So di non avere la forza necessaria per respingere tutto questo ma non ci provo neanche, mi limito a farmi trasportare dal fiume dei miei pensieri, lascio che mi sommergano fino a non farmi respirare per poi buttare tutto fuori di colpo, senza elaborare. Tento di evadere, di distrarre la mia mente con piccole attività, di pormi ogni giorno alcuni obiettivi, perché più in là di una settimana io non riesco ad immaginarmi il mio futuro.

Mi creo film in testa: situazioni in cui io e Vittorio ci rincontriamo - cosa che gli ho chiesto ma che ancora non abbiamo organizzato - e lui è felice di vedermi; oppure io che vado in un posto lontano e incontro gente nuova a cui piaccio e che si interessa a me; o ancora scenari in cui io conduco la stessa vita di adesso ma è una vita diversa, nella quale io sono più felice e giro conosco gente mi diverto e cose così. 

Ho vent'anni e mi chiedo se sarà così per sempre. Vedo le persone intorno a me, le vedo ma non le ascolto, eppure mi sembrano stare così bene con loro stessi tanto da farmi arrabbiare fino ad avere gli occhi lucidi. Mi chiedo se io tutto questo me lo merito, se in passato mi sono comportata così male da meritarmelo davvero. Ma tutto cosa? Ah boh. La confusione regna sovrana, penso troppo, mi agito e non razionalizzo. Quasi la normalità per me.

Peccato che adesso la normalità mi abbia stufato. 

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